Salve a tutti!!!
Pensavate davvero che lasciassi un enorme punto di domanda su tutto l’ultimo periodo della mia vita chicaghenze??? (lo so che probabilmente la z non ci va, però ero già molto incerto su chicaghense, quindi mi sono lanciato su quella che faceva più simpatia!!)
Mi avete accompagnato durante tutta la permanenza, avete letto (forse) in gran parte quello che io vi raccontavo e che mi succedeva, e quindi alcuni potrebbero chiedersi cosa sia successo dall’ultima volta che vi ho raccontato un po’ della mia vita oltre oceano al mio ritorno (sì, per chi ancora non lo sapesse ormai vi scrivo dall’Italia!!).
Effettivamente, se le missioni avevano preso il sopravvento nell’ultimo periodo, la vita continuava a scorrere in parallelo…
E allora bando alle ciance, eccovi le ultime piccole pillole che la vita americana mi ha offerto, e che tenterò di rappresentarvi nella maniera più fedele possibile!!
Per prima cosa vorrei presentare su queste pagine la mia totale disapprovazione per com’è allestito il Museo della Scienza di Chicago. Recatomi in questo tempio del sapere per le entusiastiche descrizioni dei miei amici e per l’aura magica, ma soprattutto ludica, che qualsiasi museo della scienza possiede, ho capito subito che le mie aspettative gioconde e perditempo sarebbero state disattese.
Il suddetto Museo, infatti, si propone l’insano e disdicevole obbiettivo di fare imparare qualcosa alle persone che lo visitano! Sì, imparare!! Io che mi aspettavo di andare lì e giocare con molle e lampade multicolori, con lego ed esperimenti mozzafiato, mi sono dovuto sommessamente accontentare di una stanza dove anche i sospiri si udivano a volume più che normale…
Così, dopo aver trascorso un paio d’ore a fischiettare malinconicamente nella camera stessa, me ne andai molto abbacchiato da questo luogo che avrebbe dovuto regalarmi emozioni molto diverse.
Meglio andò al Field Museum, casa non ufficiale della leggendaria pietra del cinema “Una notte al museo”, dove ancora si respira un insano desiderio di farti imparare qualcosa, ma dove almeno, fra bufali e orsi, armadilli e ornitorinchi, si può ancora passare un piacevole pomeriggio fra “Guarda questo!!”, “Hai visto quello?!!” e “Mamma mia ma quanto è brutto!!”.
Passerei poi a un’altra inaspettata scenetta di intermediazione fra noi e gli Americani degna di essere riportata, e che ha avuto luogo alla cassa di Macy’s (grandi magazzini):
C: So, it’s 73 $.
M: Here they are.
C: Would you like to save the 20% of the total amount?
M: [No, figuriamoci, mi piacerebbe pagare anche di più se fosse possibile!!] Yes, but what should I do?
C: Nothing of special, it’s just a card: I only need some personal data.
M: Ok, tell me.
[Name, Family Name, Street, Number…]
C: ZIP [ovvero il CAP] code?
M: Even if I do not live in Illinois?
C: From which State do you come from?
M: Italy
C: I am sorry, I do not remember the ZIP of this State. What is its ZIP code?
M: (…) It is not a State, it is a Country outside the US.
C: Ah, I am sorry.
M: No probs.
C: Does it have a ZIP code?
M: (…) No. Countries does not have a ZIP code, at least in Europe. You know, Italy is in Europe.
C: Ah, I am sorry.
M: No probs.
C: Does Europe have a ZIP code?
M: (………………………………)
Dopo questa agghiacciante immagine di una così profonda conoscenza della geografia mondiale passiamo allora alle scene che si possono godere in un grazioso locale di Chicago (e chissà in quanti altri!!): l’Howl at the Moon. In questa magica atmosfera creata da due pianisti che dal vivo si sfidano a suon di canzoni scelte dal pubblico (a pagamento), gli impiegati del centro perdono ogni pudore, e si lasciano andare ad atteggiamenti di cui mai sarebbero sospettabili se visti nelle loro giacche e cravatte ordinarie.
E allora potrete vedere donne ben oltre l’età in cui si comincia a definirle “mature” avventarsi avidamente su giovani in stato d’ebbrezza che ballano innocentemente sotto il palco e dei cui corpi cercano di carpire tutti i segreti più reconditi.
E allora potrete vedere saltare fuori un uomo, durante la gara fra gli inni degli Stati (momento nel quale si canta l’inno di uno Stato, quello che riesce ad accumulare più soldi), e vederlo disposto a pagare 80 $ per sentire l’inno del suo amato Iowa, e cantarlo a squarciagola e ballarlo senza spreco di energie per tutte e tre le volte (vista la cospicua donazione) in cui viene eseguito (salvo sbeffeggiare tutti gli appartenenti agli altri Stati che erano usciti sconfitti dalla competizione).
E allora potrete vedere la “Piccola” Beckie (il cui peso è ancora in via di calcolo presso uffici specializzati) salire sul palco per festeggiare il suo compleanno, cantare la sua canzone, cantare “Tanti auguri”, e poi gettarsi ingrifata sul primo uomo che le capita a portata di mano e “baciarselo” senza nessuno scrupolo.
Ma esperienze di altro genere non mancano di certo. Durante questo ultimo periodo ho fatto un po’ di tutto:
- una gita a Milwaukee (al di là del museo [e al di là dell’estetica dello stesso] una graziosa città caratterizzata da una desolazione e da una tristezza deprimenti);
- una gita in Kentucky (alle Mammoth Caves, fra le grotte più grandi del mondo, che però pagano questa dismisura con la completa e totale mancanza di formazioni. Morale: si cammina per un paio d’ore in dei tunnel enormi, bui e tetri, ma nulla di più! Tra l’altro, (s)piacevole diversivo quando ci siamo ridotti a denunciare alla Polizia dello Stato l’hotel in cui avevamo dormito, dal momento che, avendo già usato il bagno, si erano rifiutati di darci un’altra stanza dove non ci fossero insetti morti E vivi) e attraverso l’Indiana (a Columbus, cittadina che come verve batte nettamente Milwaukee [in peggio, era ironico], ma che se non altro è decisamente apprezzabile per le affascinanti architetture presenti [ricordiamo che stiamo parlando di una cittadina minuscola e dispersa nel mezzo dell’Indiana])
- Wicked, musical davvero piacevole che racconta la storia della Strega Cattiva dell’Ovest (sì, quella dal Mago di Oz), ma che chissà quando arriverà in Italia!
- Il concerto degli Eagles, o almeno di quello che ne rimane: questi allegri sessanta/settantenni non hanno infatti perso la voce, il talento o il fascino delle loro canzoni, ma il tempo non è stato particolarmente giocondo e scherzoso con le loro persone;
- Il concerto della Symphony Orchestra, aperto dalla Gazza Ladra di Rossini e dalla Simphonie Espagnole di Lalo (goduto tra l’altro dalla quarta fila, a mio parere per un palese errore nell’attribuzione dei biglietti di cui ho ben pensato, dopo lunghe ed elaborate riflessioni, di non lamentarmi);
- La partita di Hockey fra Chicago Blackhawks e Vancouver Canucks, stravinta dalle aquile per 4-2, nella quale sono venuto a conoscenza di alcune bizzarre regole che governano questo strano sport (tra le quali il fatto che se due giocatori iniziano a picchiarsi in campo [cosa che accade più o meno ogni 5 minuti] l’arbitro e i rispettivi compagni di squadra devono allontanarsi e lasciarli fare finché non si stancano o finché uno dei due non manifesta evidente pericolo di vita [salvo poi squalificarli entrambi]);
Ma ci terrei a ricordarvi che nella mia permanenza americana, durata poco meno di otto mesi, le case che ho cambiato sono state 3, e che anche i coinquilini dell’ultima non sono stati “comuni” coinquilini.
Dopo l’ingegnere che sognava di fare il cuoco, infatti, mi sono capitati tre soggetti che farebbero invidia a Qui, Quo e Qua, alle Superchicche ma anche a Triadi ben più famose.
Questi tre pionieri del ventunesimo secolo erano composti da:
- Un russo, che passava le sue notti in laboratorio e i suoi giorni a dormire. Questo, inevitabilmente, provocava pesanti squilibri nel suo equilibrio psichico, lasciandogli abbandonare cibi in giro per la casa senza un ordine intelleggibile, lasciandogli cominciare imprese (come la pulizia del bagno) mitologicamente incompiute causa colpi di sonno fulminanti, lasciandogli cucinare cibi per intere giornate e nottate consecutive (sempre per la stessa ragione), ma soprattutto lasciandogli coltivare in camera sua un odore dalla personalità tale che, qualora incontrato di mattina o prima di un pasto, toglieva qualsiasi senso alla giornata che iniziava o al pasto che ci si stava preparando a gustare.
- Un haitiano di colore (ignoro quale sia la composizione della popolazione di Haiti, quindi questo potrebbe essere tranquillamente pleonastico, ma conscio che la maggior parte di voi certo non darà per scontata questa informazione ve la appiccico lo stesso!!), la cui parlantina incuteva timore a chiunque mettesse piede in casa, e il cui senso dell’igiene, al limite dell’estremismo combattente, entrava spesso in conflitto con le abitudini sopra ricordate del russo, sfociando quindi in piacevoli scontri dialettici fra queste due civiltà! (ah, l’haitiano aveva 38 anni, il russo 23!)
- Una newyorkese di appena 19 anni, che, arrivata dopo un mese che io già stavo nell’appartamento, ha passato tutto, ma proprio tutto il suo tempo libero a tentare di ricostruire una scaffalatura che si era portata da casa sua. E abbiamo vissuto nello stesso posto per più di un mese!!!
Ecco quanto… un intervento abbastanza corto, così non si scontenta nessuno.
Nessuna scenetta di particolare comicità, così nessuno noterà il lento inesorabile processo che si avvicina alla conclusione.
Nessun saluto in particolare, così nessuno si sentirà offeso, ma soprattutto così nessuno penserà che questo sarà l’ultimo intervento sulla mia vita americana, nonché il penultimo intervento su questo blog.
Un solo grazie, a tutti i suoi lettori.
Statemi bene!!
Fede